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Fotografia

Jerry N. Uelsmann: l’Alchimista

 Le fotografie di Jerry Uelsmann sono state ampiamente pubblicate a livello internazionale e il suo lavoro è stato esposto in oltre cento mostre in tutto il mondo. Professionista riconosciuto ed acclamato, ha saputo ampliare i confini della fotografia tradizionale, ricevendo numerose onorificenze e la nomina a membro fondatore dell’American Society for Photographic Education e della Royal Photographic Society in Inghilterra.

Nato nel 1934 a Detroit, Uelsmann si appassionò alla fotografia sin da giovane. Incoraggiato dal padre ad intraprendere questa strada, Uelsmann si iscrisse al Rochester Institute of Technology, crescendo a stretto contatto con i più noti fotografi d’arte del periodo come Minor White e Ralph Hattersley. Uelsmann si laureò nel 1957 e lo stesso anno vide comparire le sue prime foto in stampa sulla rivista Photography Annual.

Durante i suoi studi accademici fu molto influenzato da Henry Holmes Smith, già conosciuto come uno dei più venerati fotografi d’arte americani. Uelsmann in seguito avrebbe attribuito a Smith il merito di avergli insegnato come utilizzare la fotocamera non più per documentare il reale, ma per spingersi al di là di esso, cambiando il linguaggio stesso del mezzo fotografico. Nel 1960, Uelsmann portò il suo primo lavoro fuori dal college come istruttore di fotografia presso la Facoltà di Arte dell’Università della Florida.

Uelsmann ha iniziato la sua carriera di insegnante proprio quando la fotografia ha iniziato ad essere accettata come disciplina nel mondo dell’arte, che tradizionalmente l’aveva scartata per motivi estetici. L’avvento della Pop Art aveva segnato l’inizio del cambiamento. Uelsmann si fece promotore di questo movimento, fondendo elementi della Pop Art con la fotografia.

Come Robert Rauschenberg e Joseph Cornell, Uelsmann iniziò a sperimentare una varietà di tecniche in camera oscura per dar sfogo ai suoi impulsi creativi, combinando più immagini in opere spesso sorprendenti di arte surrealista. Uelsmann espose il proprio rivoluzionario punto di vista in un articolo del 1966 dall’eloquente titolo Post-visualization, rivoluzionario ed eloquente se si considera che l’estetica dominante poggiava sul concetto di pre-visualizzazione teorizzato da Ansel Adams. Due “modus operandi” a confronto: se per Adams prima di scattare bisogna avere un’idea precisa dell’immagine che si vuole ottenere e il momento creativo, quindi, raggiunge, esaurendosi, il suo apice nell’attimo dello scatto, per Uelsmann il momento creativo si dilata ben oltre quell’istante; ciò che prima costituiva un traguardo diviene un punto di partenza verso l’imprevedibile. Consacrato al procedimento analogico, Uelsmann costruisce le proprie fotografie così come un pittore i propri quadri, in diversi passaggi, attraverso impeccabili sovrimpressioni di vari negativi su un’unica stampa. L’artista combina di volta in volta immagini diverse per dar vita a sempre nuove creazioni; un singolo negativo può essere interpretato e definito nel suo significato infinite volte, lasciandosi alle spalle l’istantaneità del “momento decisivo” e infrangendo il patto di fedeltà al “qui e ora”.

Nel 1967 vinse il premio Guggenheim Fellowship per le sue molteplici tecniche di “imaging”. Oggi i suoi lavori fanno parte delle più importanti collezioni di fotografia del mondo e sono stati esposti in numerosissime mostre personali, compresa quella curata nel 1978 da John Szarkowski presso il MOMA di New York, che gli procurò il meritato riconoscimento internazionale.

Ritiratosi dalla carriera di insegnante, Uelsmann continua tuttora a coltivare la sua arte con passione. Pur apprezzando le elaborazioni digitali, di cui si può definire precursore, Uelsmann è un vero e proprio mago dello sviluppo in camera oscura e i suoi prodigi eludono ogni barriera razionale, emancipando il concetto stesso di fotografia dallo status di affidabile testimone del reale. Così come nelle fantastiche invenzioni di Magritte, suo riconoscibile riferimento in ambito pittorico, anche nelle fotografie di Uelsmann la plausibilità del visibile non viene mai contraddetta, il reale non è mai deformato, ma la nostra capacità percettiva viene meravigliosamente destabilizzata quando si considera l’opera nel suo insieme. Tutto è nitido, niente è sfocato o confuso, ma niente sembra stare al suo posto. Il modo surreale, dal sapore onirico ed enigmatico in cui vengono combinati i tasselli del reale, ci disorienta e, nell’istante in cui ogni certezza decade, emerge la poesia.  Il coinvolgimento che si prova di fronte alle opere di Uelsmann, al contempo realistiche e immaginarie, deriva dal loro essere “opere aperte”, suscettibili di illimitate, soggettive, interpretazioni. L’atto creativo si espande a tal punto da includere noi osservatori, chiamati a concludere l’opera dell’artista. È Uelsmann stesso a invitarci a farlo: “Penso che la mia arte, come la maggior parte dell’arte contemporanea, sia diretta alla coscienza creativa di chi guarda. Lo spettatore deve completare il ciclo, proiettarsi in esso in qualche modo”. Mentre la rivoluzione digitale degli ultimi decenni ha essenzialmente chiuso le stanze oscure di quel mondo, Uelsmann rimane fedele alle sue radici, dichiarando che il suo “processo creativo” è e resterà sempre intrinsecamente legato all’alchimia della camera oscura. “

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Viktor Koen

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Artista, illustratore e insegnante è nato nel 1967 a Salonicco, Grecia. Le sue immagini vengono regolarmente pubblicate su NewsweekTimeEsquireMoney e Forbes. Oltre a lavorare per numerosi editori, Viktor espone ed è riconosciuto a livello mondiale per le sue opere belle e oscure che esprimono gli aspetti intangibili dell’esistenza umana: sopravvivenza, memoria, mito, significato e nullità. Sin da bambino è cresciuto collezionando bambole, ossa, denti e giocattoli rotti: un ambiente apparentemente caotico però in armonia con la fantasia e l’immaginazione dell’artista. Per la creazione delle ventisei opere che costituiscono la sua esplorazione dell’alfabeto, Viktor scombina e sovrappone oggetti, texture, colori e ombreggiature per creare immagini fantastiche. “Warphabet” è una serie di stampe delle lettere dell’alfabeto ispirate alla guerra. Chiaramente non sono immagini che esaltano la bellezza delle armi, ma un commento sui loro usi e sulla loro diffusione nella storia. Viktor sostiene che: “plasmando le armi in forma di lettere, il collegamento fra gli orrori della guerra e il nostro vernacolo quotidiano appare ancora più stretto. Riportare, descrivere e discutere di morte legata al conflitto è una parte qualsiasi della nostra routine quotidiana, soprattutto quando ne siamo così distanti fisicamente. La facilità mai vista nella diffusione di informazioni e immagini di questo XXI secolo, ha trasformato la carneficina in un qualcosa che sbuca da ogni angolo e inevitabilmente ci siamo completamente assuefatti.” 

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Viktor è sempre stato attratto dalla guerra, fotografando armi nei musei bellici e combinandole con immagini di repertorio anni ’50 stile retrò. Come ad esempio nel trittico, dove i tre uomini d’affari che a prima vista sembrano elegantemente comici, da un esame più attento risultano invece essere indifferenti alla morte e alla distruzione di massa, da cui traggono profitto.

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Non da ultimo il genere “Dark Peculiar Toys”, che si rifà alla curiosità infantile di smontare tutto per vedere come sono fatti un giocattolo o una bambola e per capire dietro quanto c’è di vero. Come lui stesso afferma, “l’attrazione per i giocattoli sta unicamente nella tendenza dei bambini a cannibalizzare oggetti esistenti per forgiarne di nuovi. I giocattoli riassemblati, sebbene un pò drammatici a causa della loro oscurità, evocano le nostre emozioni e comunicano con noi portandoci indietro nei luoghi più oscuri della memoria che spesso ancora ci ossessionano”.  

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Street Art

 Comparve per la prima volta a Philadelphia negli anni sessanta, raggiungendo New York poco dopo. La storia di questa forma d’arte, tuttavia, risale alla preistoria con i primi graffiti rupestri sulle pareti, usate come fossero tele vuote per la creazione di disegni. Oggi la Street Art e i suoi artisti hanno raggiunto la fama internazionale, producendo opere complesse spesso ricche di contenuti, scopi politici e sociali.

Sono le influenze pop, intese anche nel senso più letterale della parola, che caratterizzano tutta la produzione di opere d’arte popolare urbana dagli anni ’70 ad oggi, passando per i grandi protagonisti del movimento come Keith Haring e Banksy. Un’arte che, per esporre, sceglie i muri più belli e più visibili, che tenta di riqualificare angoli abbandonati di periferia, che esprime denunce sociali ma che, proprio per i suoi significati più disparati, viene “musealizzata”.

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Roma è una delle destinazioni più interessanti per la Street Art. La gamma di lavori è in continua crescita, da opere già consolidate a quelle nuove che si materializzano ovunque durante la notte. La città eterna, dove il tempo e la storia dell’umanità si sono stabiliti in ogni angolo delle sue mura, è diventata uno dei centri dell’arte contemporanea e urbana. È la prima ad ospitare un afflusso di artisti internazionali come H. Baglione, Momo, Clemes Behr, e molti anche italiani, soprattutto romani come Alice Pasquini, Jerico, Sten Lex e Lacurci.

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Il successo e l’entusiasmo per la Street Art a Roma ha ricevuto attenzioni a livello internazionale, tanto che il Comune ha deciso di creare un’app degli itinerari Street Art, guidando i visitatori alla ricerca di questi capolavori disseminati ovunque tra vicoli e slarghi. La “strada” diventa così un vero e proprio museo. Questo percorso comprende oltre dieci quartieri, che vanno da quelli centrali e storici come Testaccio a quelli più periferici come Tor Bella Monaca; ci sono oltre cento strade e trecento opere da vedere, le più degne di nota menzionate in questo articolo.

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La più famosa delle esperienze di Street Art a Roma è il tour open air del “MURO” (Museo d’arte urbana di Roma) al Quadraro, in zona Tuscolana. La visita inizia a piedi in Via dei Lentuli, dove Diavù ha dipinto Art Pollinates. Altro capolavoro politicamente forte qui è il Nido di Vespe, realizzato da Lucamaleonte, che prende in considerazione il blitz tedesco che è stato condotto nell’aprile del 1944.

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Una delle poche opere dell’artista G. Pistone è dipinta sopra l’entrata del tunnel, un mostro che custodisce l’ingresso tra il Quadraro e il distretto adiacente. L’uscita del tunnel è dipinta da Mr.Thoms e rappresenta una bocca gigantesca che risucchia ogni cosa. C’è una parete d’angolo più grande dipinta da Jim Avignon, l’artista di Berlino e, ultimo ma non meno importante, alla fine del tour, è il lavoro di Ron English intitolato Baby Hulk.

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Riconosciuto come uno dei quartieri artistici di Roma, San Lorenzo ospita studenti e arte di strada; da Via dei Volsci a Via degli Enotri passando per Via degli Ausoni c’è molto da vedere. Vanno menzionate le opere di molti famosi artisti di strada internazionali tra cui un murale di The Broken Fingaz Crew e Banksy, il francese Christian Guémy, gli artisti italiani Assolo, Unga e Pasquini. Nonostante sia la patria di tanti noti pittori, la natura giocosa di San Lorenzo è diventata un terreno fertile per gli artisti romani che usano costantemente le sue mura per dare sfogo al proprio talento.

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Anche il Pigneto, una zona prevalentemente industriale e poco distante da San Lorenzo, è ricca di Street Art. I lavori che possiamo trovare qui sono disegni di Hogre, Hopnn e Alt97. Il Pigneto viene a volte chiamato “Home of Stencil” per i dipinti di Sten & Lex che sono considerati i pionieri dei graffiti “stencil”, in quanto hanno inventato la tecnica a mezz’ombra. Stanno utilizzando questo metodo dal 2000 nelle strade di Roma, Londra, Parigi, Barcellona e New York.

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Il quartiere Ostiense è un quartiere moderno e alla moda dove l’arte contemporanea si fonde perfettamente con l’arte pubblica e la Street Art; detiene più di trenta grandi opere pubbliche e si è integrato nel patrimonio artistico della città. Lo spazio è stato inizialmente ideato da 999Contemporary per promuovere l’area tra le stazioni metropolitane di Piramide e San Paolo. Ha avuto successo nel lasciare il segno nel 2010 con l’Outdoor Urban Art Festival. Fu durante questo periodo che JB.Rock dipinse il Wall of Fame in Via dei Magazzini Generali. Ci sono opere di Blu, Sten & Lex, Ozmo, Gaia, Borondo, Hitnes e Lucamaleonte, solo per citarne alcuni. La Street Art di Ostiense è stata legalizzata e le pareti di questa zona sono coperte da pezzi incredibilmente sorprendenti, una visita sicuramente da non perdere.

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Anche la zona popolare di Tor Marancia ha ricevuto ben venti murales monumentali, disegnati sugli edifici con progetto concepito sempre da 999Contemporary. Questi murales hanno una lunghezza di quattordici metri e una superficie di centocinquantacinque metri quadrati ciascuno. Diamond, Mr.Kleva e Moneyless, Seth, Philip Baudelocque e Jaz sono solo alcuni degli artisti internazionali di strada che hanno partecipato gratuitamente a questa impresa. Animali surreali, mostri giganti, volti, supereroi in un tripudio di colori, ognuno dei quali racconta una storia, hanno trasformato i muri delle case popolari in un museo a cielo aperto, creando di conseguenza un’altra forma di turismo accessibile a tutti.

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Attualmente i riflettori sono puntati ancora sulla periferia e precisamente sulla zona di Tor Bella Monaca, ma questa volta si parla di graffiti sulle facciate delle torri. Il progetto si chiama “Moltitudini” ed è il frutto di un lungo lavoro di confronto tra istituzioni, realtà locali e l’associazione 999Contemporary che ha curato anche il progetto di Tor Marancia insieme alle Università di Roma Tre e Tor Vergata.

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Ad inaugurare la riqualificazione urbana di Tor Bella Monaca è Diamond, artista romano e firma tanto nota quanto ormai autorevole nel panorama della Street Art di Roma e d’Italia: “Penso che sia importante portare queste opere in quartieri come Tor Bella Monaca – commenta Diamond -, sono molto contento di far parte di questo progetto, sono passati tanti anni dai miei primi murales in questo quartiere. Un piacevole ritorno”. Sembra chiaro che l’arte dei “graffiti” è in continua evoluzione, un po’ dentro il mercato e un po’ fuori, da una parte apprezzata come spunto creativo per la “rigenerazione” delle nostre periferie dall’altro ritenuta, per alcuni, ancora un’iniziativa ai limiti dell’atto vandalico: certamente resta, senza alcun dubbio, uno dei fenomeni più nuovi e vistosi della scena urbana contemporanea.